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ARTE SEMI-VIVENTE
Intervista a Oron Catts
Domenico Quaranta
in "Cluster. On Innovation", n. 4 (Biotech), pp. 158 – 163. © Cluster 2004

Finlandese di origine, ORON CATTS è uno dei pioneri nell’utilizzo artistico delle biotecnologie. Formatosi come product designer, Catts ha fondato nel 1996 il Tissue Culture & Art Project, un collettivo artistico (di cui fanno parte l’inglese IONAT ZURR e - dal 1999 - l’americano GUY BEN-ARY) che utilizza le tecnologie dei tessuti come mezzo di espressione artistica. Nel 2000 è stato tra i fondatori di SymbioticA, di cui attualmente è direttore artistico. Collocato nella School of Anatomy & Human Biology della University of Western Australia (UWA), SymbioticA è un laboratorio di ricerca guidato da artisti all’interno di un dipartimento di scienze biologiche, e si propone come una “membrana porosa attraverso la quale arte e scienze bio-mediche possano contaminarsi a vicenda”. Dalla sua fondazione, SymbioticA ha ospitato e collaborato con artisti come Stelarc, Adam Zaretzki, Amy Young, Marta De Menezes e Andrè Brodyk, tutti interessati all’adozione delle biotecnologie come nuovo medium di espressione artistica.
Il Tissue Culture & Art Project adotta i “biomedia” in maniera un po’ anomala: anziché discutere le possibili conseguenze della manipolazione dei geni e della mappatura del genoma umano, adotta le tecnologie dei tessuti come mezzo per la creazione di “sculture semi-viventi”, nate dall’innesto di materiale organico - e vivente - su un supporto artificiale. E’ una scelta pericolosa, perché di mezzo c’è la vita, che viene frammentata e manipolata, utilizzata come medium e come oggetto di indagine del progetto artistico.
Semi-viventi sono per esempio le worry dolls realizzate nel corso del progetto Tissue Culture & Art(ificial) Wombs, presentato a Linz nel 2000: un lavoro che traduce la leggenda guatemalteca delle sei bamboline dell’inquietudine, cui i bambini confidano le proprie preoccupazioni prima di andare a dormire, in una serie di sette (non siamo più bambini!) bambole realizzate con polimeri biodegradabili su cui sono state innestate cellule di tessuti diversi; semi-viventi (tanto da danzare e svilupparsi più in fretta se allietate dalla musica) sono le Pig Wings che inverano ironicamente una della più assurde promesse della biotecnologia, secondo cui nel prossimo futuro potremo far volare i maiali, dotando nello stesso tempo i rosei mammiferi, probabili ‘ospiti’ dei nostri organi di ricambio, di un’ulteriore propaggine da far crescere per poi regalarla all’uomo. Semi-vivente, ancora, è il piccolo orecchio (un quarto delle dimensioni standard) realizzato in collaborazione con Stelarc, che intende indossarlo come protesi organica - assolutamente inutile e puramente decorativa - del suo corpo obsoleto ( Extra Ear 1/4 Scale, 2003).

DQ. Quali criteri espositivi adottate nel portare i vostri progetti al pubblico?
OC. Poiché l’esposizione di sculture di tessuto vivente è piuttosto antesignana, le strategie estetiche che adottiamo sono del tutto sperimentali. Generalmente creiamo i siti di installazione basandoci specificatamente sui progetti di ricerca a cui lavoriamo e sul contesto della mostra. Ogni volta che ne abbiamo la possibilità, cerchiamo di mantenere vive le sculture semi-viventi il più a lungo possibile. A questo scopo costruiamo un laboratorio in loco. Il laboratorio, oltre a rappresentare il mezzo pratico per conservare le semi-viventi, soddisfa due principali obiettivi concettuali, ovvero enfatizzare il fatto che il nostro lavoro si basa su un processo e dimostrare quanta cura richiede la conservazione delle semi-viventi. Chiariamo in modo concreto questo concetto prendendoci cura delle semi-viventi durante l’orario di apertura della galleria in modo che il pubblico possa prendere atto delle responsabilità che una tale trasformazione della vita comporta. Il nostro tentativo è quello di raggiungere un compromesso tra la presentazione della tecnologia necessaria alla cura delle semi-viventi e la storia che cerchiamo di raccontare. Gli elementi delle diverse installazioni contengono numerosi riferimenti alla storia della vita parziale, alla cultura popolare e all’arte. Ci piace che le nostre installazioni siano ambigue, ma in ogni progetto cerchiamo di suscitare nel visitatore un’esperienza evocativa che metta in discussione la sua percezione della vita.

DQ. Tutti i vostri progetti possono essere letti in modi diversi: come esperimenti scientifici e complesse narrative, come un processo da seguire dall’inizio alla fine e come percorso che conduce alla scultura, seppur semi-vivente. Quale di questi livelli riconoscete come vostro?
OC. Tutti quelli che ha citato e molti altri; ci occupiamo anche di narrative relative alla specie, all’eugenetica e alla cura dell’altro, ma più di ogni altra cosa il nostro lavoro riguarda la vita e la sua complessità. Quando presentiamo il nostro lavoro nel contesto di un’installazione, l’opera deve essere esperita (anziché semplicemente letta). Col passare del tempo utilizziamo tecniche e metodi diversi e stiamo acquisendo una maggiore esperienza, anche se il concetto di base è ottenere la molteplicità delle narrative e dei discorsi sottili ed ambigui. Vorremmo che il pubblico sviluppasse opinioni proprie (e ci piacerebbe che le condividesse con noi). Crediamo nella complessità e guardiamo alla «vita» e/o «biotecnologia» in un più ampio contesto sociale/economico/politico che possiede molte sfumature anziché una spiegazione in bianco e nero.

DQ. Cosa mi dice a proposito del «rituale di uccisione» che conclude tutti i vostri progetti? Che ruolo svolge nella definizione del significato complessivo dell’opera?
OC. Durante l’esposizione delle sculture Semi-Viventi compiamo regolarmente il «Rituale della Nutrizione» in cui il pubblico può assistere alla nutrizione e alla cura delle sculture. L’atto di violenza più marcato nel lavoro del TC&A è la liberazione pubblica delle semi-viventi dal corpo tecno-scientifico al termine della mostra, atto risultante nella morte del tessuto e conosciuto come «rituale di uccisione». Le installazioni a lungo termine del TC&A culminano in genere in quell’atto pubblico in cui gli organizzatori dell’evento, unitamente alla comunità allargata, sono invitati a toccare le semi-viventi esposte, accelerandone in questo modo la morte. L’uccisione avviene unicamente nel momento in cui non c’è più nessuno che possa prendersi cura delle semi-viventi. Il rituale di uccisione può essere considerato l’ultimo atto spietato, un’essenziale dimostrazione di compassione; l’eutanasia di un essere vivente di cui nessuno si può più occupare, o semplicemente la sua restituzione allo stato culturalmente accettato di «pasticcio appiccicoso di pezzi di carne senza vita». Per noi è importante essere trasparenti riguardo al destino dell’opera d’arte vivente alla fine dell’esposizione. È interessante notare come in alcune occasioni, dopo aver partecipato al rituale di uccisione, dei visitatori siano venuti a dirci che soltanto uccidendo le semi-viventi si erano convinti dell’effettiva vita dell’opera d’arte.

DQ. SymbioticA è un raro esempio della disponibilità del mondo scientifico e accademico verso la ricerca artistica. Che cosa l’ha generata? Perché in Australia? E cosa chiede in cambio la scienza all’artista?
OC. SymbioticA è un laboratorio di ricerca dedicato all’esplorazione del sapere scientifico in generale e alle tecnologie biologiche in particolare, con una prospettiva artistica. SymbioticA è il primo laboratorio di ricerca nel suo genere, in quanto permette agli artisti di cimentarsi in «umide» pratiche di biologia in un dipartimento di scienze biologiche.
Un punto molto importante nell’istituzione di SymbioticA è stato il suo essere un vero spazio fisico che gli artisti in visita potessero chiamare «casa», senza essere considerati ospiti.
Quando cercavamo sostegno per la costituzione di SymbioticA, abbiamo ricevuto una risposta molto più positiva dalla comunità scientifica che da quella artistica qui a Perth. Ora le cose sono leggermente cambiate e pare che una buona parte della comunità artistica locale stia dimostrando un notevole sostegno.
SymbioticA è stata fondata dalla Prof.ssa Miranda D. Grounds, dal Dott. Stuart Bunt e da me – Oron Catts - nel 2000.
Lo spazio fisico chiamato SymbioticA è stato completato nell’aprile del 2000. L’inizio è stato piuttosto modesto, per il primo anno SymbioticA fungeva quasi unicamente da «studio» per due artisti residenti. Nell’aprile del 2001 abbiamo formato il SymbioticA Research Group, un gruppo fluido, dinamico e transdisciplinare composto dal nucleo dei ricercatori di SymbioticA e altre persone interessate al progetto. Abbiamo anche iniziato a sviluppare il lato accademico di SymbioticA e insieme ad Adam Zaretsky (il nostro primo residente internazionale) abbiamo creato un centro universitario di Arte e Biologia. In seguito abbiamo sviluppato altri due corsi facoltativi.
Un crescente numero di artisti (a livello locale, nazionale e internazionale) ha preso residenza qui, da visite brevi e occasionali a progetti a lungo termine.
SymbioticA ha provato che il difficile connubio tra arte e sapere scientifico e applicazioni tecnologiche è possibile in un ambiente di ricerca collaborativa e all’interno delle istituzioni scientifiche.

DQ. Cosa significa, per un artista, lavorare in un gruppo di scienziati altamente qualificati? Come si conciliano immaginazione e ricerca nel vostro laboratorio?
OC. Il modello di SymbioticA per la collaborazione tra arte e scienza si basa sul rispetto reciproco delle differenze tra queste due modalità pratiche prendendo atto delle aree di comune interesse. I residenti sono incoraggiati ad interessarsi in modo critico alle nuove conoscenze e relative applicazioni, mentre vengono coinvolti concretamente nei processi e nelle tecniche della scienza. Inizialmente il rapporto tra i nuovi residenti e gli scienziati con cui lavorano è di tipo allievo-maestro. In nessun caso gli scienziati producono il lavoro per gli artisti, e allo stesso modo, gli artisti non lavorano per gli scienziati.

DQ. SymbioticA attrae artisti da tutto il mondo. Quanti progetti ha realizzato fino ad ora? A che cosa state lavorando al momento?
OC. In SymbioticA, siamo più interessati agli aspetti critici della ricerca che alla produzione di opere d’arte. Al momento abbiamo 11 artisti residenti che lavorano a progetti diversi (da forme di batteri, funghi e fango alla coltura di tessuto mammifero e scrittura di science-fiction eco-femminista e cordone ombelicale); stiamo tenendo un corso di Arte & Manipolazione della Vita e sviluppando un Master by Coursework in Arti Biologiche. SymbioticA organizza anche dei workshop, e Ionat ed io curiamo la SymbioticA BioDifferences Exhibition e le relative conferenze all’interno della Biennale of Electronic Arts di Perth a settembre di quest’anno.

LINK
Tissue Culture & Art Project
Symbiotica
Biennale of Electronic Arts Perth